Notizie Aggiornamenti e Novità


Notizia 13/10/2021

Il mondo 3d







Nei miei articoli precedenti ho già fatto riferimento a quanto la stampa 3d sia fortemente trasversale. È questa, secondo me, una delle sue caratteristiche principali, poiché le permette di trovare utilizzi in moltissimi settori.

Continuando ad interessarmi all’argomento, sono venuta a conoscenza della notizia relativa alla stampa del primo ponte in 3d.


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Notizia 29/06/2021

I miei studi sulla stampa 3D





Scrivo questo nuovo articolo ricollegandomi a un altro che ho precedentemente scritto sulla stampa 3D e sull’emozione da me provata nel vedere il mio primo progetto stampato.

Continuando a studiare questo argomento, ho scoperto molte cose interessanti delle quali prima non ero a conoscenza.


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Notizia 22/06/2021

Togli te stesso e case study: Delle Opinioni sullo Smart Working e ciò che dietro si cela




“L’uomo è difficile da scoprire, ed egli è per se stesso la più difficile delle scoperte.”
(Nietzsche)

Mi è capitato spesso di leggere la frase “conosci te stesso” come una ripetizione a memoria di un invito ancestrale, vecchio, logorato dal tempo.
Ho conosciuto Nietzsche in gioventù e a quei tempi non ho ben compreso la ragione del suo nihilismo e delle sue grida: “Diventa ciò che sei!”, “Togli te stesso”, ma più passava il tempo e più sentivo un fiume dentro di me ad ogni contatto con i suoi pensieri.
Poi ho conosciuto Emil Cioran e poi Krisnamurti e molti altri. Mi sono rispecchiata e ho vissuto nelle loro parole, nei loro pensieri. Poi ho dovuto imparare a togliere tutto, inclusa me stessa per ritrovarmi.
La verità è che mi è stato più facile ritrovarmi negli altri che iniziare a togliere.

Identificarsi con qualcosa che risuona dentro, con qualcosa che piace, con qualcosa che porta piacere, significa veramente conoscenza di sé?





La più grande ed importante scoperta che l’essere umano può fare è quella interiore, la conoscenza di sé, che fondamentalmente ci aiuta a comprendere il mondo e tutto ciò che ci circonda.

Riuscissimo a studiare i nostri pensieri, le nostre azioni, smascherando la smania di nascondere, mistificazioni, abbagli, rimarremmo più facilmente in piedi in tempo di tempesta, sarebbe più facile infine riuscire ad aiutare qualcuno, se proprio questo è l’intento tanto sbandierato dell’essere umano.

“Questo consiglio andrebbe bene per Giovanni,
questa azione dovrebbe farla Maria,
questa situazione secondo me
si risolverebbe se gli altri…”
lo pensiamo spesso, non è vero?

Se vogliamo guarire noi, sicuramente le ricette non dovrebbero essere a nome di un altro, le medicine non dovrebbero prenderle i nostri amici, né il mondo.
Se vogliamo aiutare qualcuno, aiutiamo prima noi stessi, guarendo.
Se vogliamo conoscere gli altri, conosciamo prima noi stessi, togliendo ciò che pensiamo di essere, quello che gli altri pensano di noi, le nostre proiezioni, quello che non siamo.



Non aver fretta ad esprimere un giudizio è segno di grande saggezza. È segno di voler comprendere, è segno che l’essenza e la conoscenza siano più importanti dell’opinione stessa.
Di opinionisti ne è pieno il mondo.
Scarseggiano invece persone riflessive e intellettualmente oneste.
Diciamo tante cose e agiamo in tanti modi, ma il meno sincero è il pensiero e la convinzione di sé stessi di essere onesti e trasparenti.
Pensiamo, siamo convinti di averci visto giusto, di conoscerci, di riuscire a vedere nella trasparenza delle nostre acque ma ci rendiamo conto che le nostre azioni parlano più di qualsiasi parola o convinzione.
Siamo veloci nel condannare, catalogare, stivare le persone in base a criteri più svariati e ci sentiamo meglio se i nostri giudizi sono peggiori. Sembra quasi che “apprezzare” in maniera negativa una persona, un’azione, un evento ci porti ad un godimento sottile e appagante. Essere contro, vedere il nero, impuntarsi, “giudicare”, arrabbiarsi, gridare i propri pareri, sputare sentenze. Attività che più ci piacciono, che più amiamo, che all’apparenza ci rendono migliori al nostro stesso giudizio.
Imparare a fermarsi, a riflettere invece consideriamo come una perdita di tempo. Non si dà mai tempo al tempo, come si suol dire.
Mai la pazienza di approfondire prima di parlare, ma sempre la malsana convinzione di essere nel giusto e aver compreso tutto prima di tutti e nel migliori dei modi.




Per potersi conoscere bisogna togliere quello che non siamo. Ma come scoprirci? Come comprendere l’inganno della mente che “mente”, che ci identifica sempre in tutto e con tutto?
L’onestà dell’indagine! E l’onesta è sempre dolorosa, come ben sappiamo.
“Ogni creare è un creare trasformando – e dove sono all’opera mani che creano, là sono molte morti e molti tramonti. E morire e andare in pezzi non è altro che questo: lo scultore percuote il marmo senza pietà. Per liberare dalla pietra l’immagine che vi è addormentata: – perciò noi tutti dobbiamo soffrire e morire, e morendo tramontare. “
(Nietzsche)



Che si provi a cancellare e a scolpire a martellate l’involucro, quello che si vede o quello che sembra.

Siamo cresciuti aggrappandoci ai consigli, con la convinzione che il mondo intero deve funzionare e deve nascere ed agire a nostra immagine e somiglianza.
“Io penso che le persone per essere giuste devono essere, devono fare, devono dire ciò che io pensi sia giusto.”

Devono pensare come me affinchè io le consideri, perché possano avvicinarsi a me, per aver la mia amicizia.
Il nostro giudizio viene, dunque, spontaneo in seguito a queste convinzioni.
Ma come può essere giusto giudicare le persone in base a ciò che siamo?
Come può esser reale il giudizio basato su ciò che pensiamo di essere?
Come può essere il giudizio in base alle nostre azioni, ai nostri pensieri, alle nostre esperienze di vita, al nostro vissuto?
Dunque, per non giudicare frettolosamente, ancora una volta, continuamente dobbiamo togliere noi stessi, andare nel deserto e abbandonarvisi. Perdercisi.
Ancora ed ancora…



Il flusso innocente della propria mente, l’adagio incantevole dei pensieri nella dolce luce del mattino, la freschezza delle idee… ingredienti per una conoscenza profonda e vera.

Siamo cresciuti nelle convinzioni altrui, pieni di condizionamenti, di schemi e regole una più crudele dell’altra, una più carceraria dell’altra. Siamo pieni di una metrica complessa e pesante, un labirinto in cui ci perdiamo senza poterci rivedere, ritrovare.

La comprensione ha bisogno di freschezza, abbiamo bisogno di essere sempre nuovi per riuscire a vedere il mondo in maniera innocente e senza catene.
Incatenati dai nostri limiti, autoimposti soventemente, siamo incapaci di vedere il mondo, i fatti, le persone così come sono e per come sono, ma vediamo e giudichiamo per come noi pensiamo esse dovrebbero essere, in base alle nostre etichette adesive che, con maestria e supponenza abbiamo loro appiccicato addosso.

La nostra mente deve essere scorrevole, limpida, il pensiero fluido e fresco, flessibile non rigido.
Non riusciremo mai, altrimenti, a staccarci dai condizionamenti, dalle regole, per le cui convinzioni, del mondo e della famiglia, dei nostri amici infine, abbiamo imposti.

Il pensiero creativo non è fisso, né schematico.
Il pensiero creativo fluisce, scorre indisturbato, tra le pieghe della nostra intera esistenza, creando un paesaggio piacevole, vivibile, duraturo.
La rigidità porta secchezza, come sabbia si sbriciola e sfugge tra le dita, perdendo l’importante, l’essenziale.
Perdiamo l’opportunità di comprendere gli svariati punti di vista, perdiamo l’occasione di abbandonarci al corso dirompente e fresco di ciò che veramente siamo.



Dopo aver provato a comprendere i pensieri di Nietzsche su se stessi e la vera comprensione, possiamo riflettere il tutto sulle pungenti opinioni che leggiamo tutti i giorni su tutti i Social lavorativi o meno.
Quanto è importante seguire le necessità dei molti o dei pochi o dei singoli, lavorative o personali, le necessità aziendali?

Ho avuto modo in questo periodo di seguire da vicino ed immergermi nelle scelte sia delle aziende che dei collaboratori.

Ho “ascoltato” attivamente entrambi cercando di vedere “oltre”, di comprendere e di realizzare quanto di queste nostre scelte siano ragionate, e quante involontarie, quante appesantite da convinzioni personali?

Ho sentito colleghi e aziende e punti di vista affini e contrari, si, no, mix, ragioni, ma più delle volte, andando a fondo e cercando di comprendere …ho riscontrato più” sentimento “ che “ragione” , spasmi di pancia mascherati da “punti di vista”.

Il lavoro non è un posto ma un’attitudine, un volere, la passione travolgente, il futuro fatto azione nel presente.


Mi sono “imbattuta” più nell’intransigenza che nella volontà di comprendere o nella collaborazione...
Ho sentito più sì e no categorici, altrettanto “gridati” che una sana riflessione e un punto di vista vero, pesato da fattori e dalle esperienze personali di tutti.

Se il lavoro è personale, individuale (nel senso che è fatto da individui anche se formano un Team), se il lavoro è diverso, non può coincidere, se si basa su chi siamo e cosa diamo al meglio
Perché allora tanta veemenza su qualunque delle scelte?
Perché accanimento?
Perché intransigenza?
Perché la categoricità nell’espressione?
Io penso... allora è l’unica via.
Dovremmo… perché la mia esperienza dice che…
Le aziende dovrebbero… perché grandi successi hanno detto che funziona.

Vi ricorda qualcosa?

Come in tutti gli aspetti della nostra vita, mettiamo noi stessi e non riusciamo mai a “toglierci”.

Togli te stesso…Perditi.












Notizia 15/06/2021

'Il Potenziale che crea Valore'





Proseguo nel raccontarvi il mio percorso di “crescita” e “conoscenza” personale e professionale.
Mi è capitato durante il Master HR che sto seguendo di dibattere riguardo alla valutazione delle 3P: posizione, prestazione e potenziale.
Per posizione andiamo a identificare il lavoro svolto con responsabilità ed attività effettuate. La posizione deve esprimersi in prestazioni e quest’ultima va ad incidere sul miglioramento costante dei risultati. La prestazione in sostanza valuta i risultati.


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Notizia 08/06/2021

Un nuovo percorso





Ho iniziato il mio tirocinio in Beasy4BIZ il 3 maggio scorso.
Sin dall’inizio ho pensato che questa esperienza sarebbe stata, per me, importante perché, questo tirocinio, rappresenta il mio primo lavoro “effettivo”.


Le mie aspettative non erano tante dato che, più che pensare a come sarebbe stato e all’ambiente che avrei trovato, mi interrogavo sul fatto di possedere i giusti requisiti per poter intraprendere questa nuova esperienza.



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